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LE BAMBOLE NEL MEDIOEVO E OLTRE: VALENZA LUDICA, SIMBOLICA E ALLEGORICA DI
CARMELINA URSO.
«Il gioco è più antico della cultura, perché il concetto di cultura, per quanto possa essere definito
insufficientemente, presuppone in ogni modo convivenza umana, e gli animali non hanno aspettato che
gli uomini insegnassero loro a giocare. Anzi si può affermare senz’altro che la civiltà umana non ha
aggiunto al concetto stesso di gioco una caratteristica essenziale». Così Johan Huizinga, nel lontano
1938, cominciava il suo saggio sull’homo ludens, affermando che l’attività ludica è un’esigenza
primordiale dell’essere umano.
La funzione di questo testo è quella di recuperare dalla trattatistica e dalla storiografia medievali le
posizioni più eloquenti per sviluppare un tema specifico: la valenza della bambola come manufatto
ludico, simbolico e allegorico. Le due ultime accezioni amplificano il significato antropologico della
bambola che, da giocattolo per bambini di entrambi i generi come vedremo, si presta a
“rappresentare” signa della maternità fisica e spirituale, diviene “messaggio” sociale, e finanche, dalla
prima età moderna, strumento della moda.
Per ciò che riguarda il primo impiego della bambola, ovvero quello ludico tout-court, è interessante
approfondire innanzitutto l’orientamento delle auctoritates medievali a valutare il gioco come
esercizio d’imitazione, propedeutico alle mansioni che la società assegnava all’uomo o alla donna in età
adulta. Il progetto educativo non era affatto nuovo però, già Platone aveva espresso il suo pensiero,
egli sosteneva che l’uomo che vuole diventare abile in qualsiasi campo, deve darsi da fare fin dalla
prima infanzia, per gioco e sul serio, a cominciare dalle specifiche applicazioni della sua arte. Ad
esempio, se uno ambisce a diventare contadino e un altro architetto, è utile che quest’ultimo giochi alle
costruzioni, il primo a fare l’agricoltore.
Nel Medioevo, tuttavia, si avvertì il pericolo che, attraverso l’uso ludico di arnesi atti ad offendere
(quali bastoni, frecce), il bambino potesse coltivare inclinazioni violente. Di questo si preoccupava
Giovanni Dominici. Più opportuno erano invece i genitori che insegnavano al bambino a farlo correre,
saltare, giucare e trastullare, oppure di avviarlo alle pratiche religiose, allestendo per lui un piccolo
altare.
Non solo. Il gioco è immaginazione. Favorisce l’allenamento fisico così come, si legge nei trattati
pedagogici, la maturazione intellettuale del bambino. Il valore igienico e naturale dell’attività ludica è
sostenuto da Aldobrandino da Siena e da Filippo da Novara; anche quest’ultimo ne segnala le modalità
connesse alle differenze di classe e propone giochi guidati, i quali prefigurino le attività e i ruoli che i
bambini andranno ad occupare da adulti. Nel contempo, i moralisti medievali non mancarono di
riflettere sulla potenziale dannosità del gioco specialmente per i bambini, atteso che costoro erano per
loro natura inclini all’esagerazione, agli eccessi. Giocare insomma poteva giovare, a patto che
prevalesse la moderazione. Lo sosteneva Filippo da Novara. Solo dalla fine del Duecento
l’atteggiamento generale iniziò a cambiare. La svolta era da addebitare alla riscoperta del Philosophus
di Aristotele, ma soprattutto alla rivisitazione del suo pensiero alla luce dei principi cristiani avviata da
Tommaso d’Aquino e dalla Scolastica e recuperata, per quanto riguarda la valenza della pratica ludica,
da Egidio. Con Tommaso ed Egidio ritorna il concetto del gioco come di un utile allenamento per il
fisico durante l’aetas primitiva, vale a dire la prima fase dell’infanzia che si chiudeva a sette anni, e poi
sempre più come “riposo dell’anima”, come otium appunto. Questa concettualizzazione “positiva” del
gioco si impose definitivamente nel Quattrocento. Si ricordi Enea Silvio Piccolomini il quale consigliava
i giochi di movimento che riteneva i più efficaci per preparare un giovane ad assumersi le sue future
responsabilità. Aggiungeva che maneggiare con destrezza la spada, l’arco, la fionda, sapere correre e
saltare erano abilità che servivano anche come esercitazioni di cui tutti i precettori si sarebbero dovuti
avvalere per abituare i loro allievi a superare la fatica, coltivandone la vivacità, che era fisica
nell’immediato ma diventava col passare degli anni mentale.
Il gioco con la bambola, a differenza di quanto pare avvenisse nel mondo greco, laddove, nonostante
che bambini e bambine si avvalevano degli stessi giocattoli, era riservato al genere femminile, non era
contraddistinto nel periodo medievale da preclusioni.
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Perché la bambola neonato in miniatura veniva affidata ad un bambino, che, una volta adulto ed
eventualmente padre, si sarebbe occupato del figlio, maschio intendiamoci, solo dopo che avesse
superato il settimo anno di vita? Prima di quell’età, l’educazione dei figli di entrambi i generi era
seguita dalla madre; le bambine continuavano anche dopo a rimanere sotto la sua guida per essere
avviate a diventare buone mogli e buone madri. Ciononostante nelle fonti si possono ritrovare
ragazzini che giocano con la bambola e con tanti altri oggetti coordinati d’uso comune in miniatura,
quali piatti, tazzine ecc. Forse si voleva coltivare il sentimento, più che l’esercizio della paternità? Le
poche notizie di cui disponiamo si riferiscono per lo più a rampolli appartenenti alle famiglie regie,
talvolta a futuri re, che, compiuti i sette anni, erano allontanati da tali passatempi per esercitarsi in ben
altri compiti, ma, come scriveva Philippe Ariès, recuperando dal diario del medico di corte i momenti
salienti dell’infanzia del futuro Luigi XIII, ogni particolare ha valore d’esempio perché i bambini della
famiglia reale, legittimi o no, venivano educati come tutti gli altri bambini della nobiltà. Luigi XIII era
nato nel 1601, le prime bambole gli furono regalate quando aveva appena due anni e mezzo e furono
sue compagne di gioco a lungo. A sei anni ricevette in dono un piccolo “gentiluomo” elegantemente
abbigliato con una bella e folta capigliatura che egli pettinava con cura; a questo bambolotto, a seguire
sempre gli appunti del diario, aveva promesso in sposa la bambola della sorella. Luigi, quando giocava
con le sue bambole, si trastullava anche con raffinato vasellame, con mobili e accessori in miniatura.
Nel contempo si “allenava” con le frecce e con l’arco; tra i cinque e i sei anni aveva acquisito una certa
destrezza nel gioco delle carte e in quello degli scacchi. Quando compì il settimo anno d’età, tutto
cambiò: passò sotto la guida degli uomini di corte, cominciò a praticare l’equitazione, la scherma, la
caccia e alcuni giochi d’azzardo. Trascorsa l’infanzia scomparvero i giochi e, con essi, le bambole.
Le bambole nelle fonti: un excursus
Tra i manufatti più antichi che gli archeologi hanno riportato alla luce vi sono sicuramente le bambole.
Non è certo che si tratti sempre di bambole-giocattolo usate per soddisfare bisogni e comportamenti
ludici, o non piuttosto di oggetti rituali, oppure riferibili alla sfera del simbolico e del magico. Bambole-
giocattolo di legno o d’argilla o di pietra, o addirittura di papiro e di stracci, conservatesi grazie al
suolo asciutto e sabbioso, sono state ritrovate nelle tombe egizie, così come, confezionate anch’esse
con vari materiali vili o pregiati a seconda della destinazione, in quelle greche già dal periodo arcaico e
classico, e in quelle romane. Talvolta negli scavi archeologici, la bambola è stata rinvenuta assieme a
utensili, pentole ed altri oggetti riprodotti in scala ridotta. La bambola di Crepereia Tryphaena, una
giovane romana vissuta nel II secolo d.C., aveva vicino a sé un cofanetto contenente, ancora in scala,
tutto l’occorrente per la toilette giornaliera: uno specchietto d’argento e due pettinini d’avorio. La sua
padrona poteva ornarla con piccoli gioielli di ottima fattura, impreziositi con pasta vitrea e perline.
Alla bambola trovata nelle sepolture di donne morte in età più avanzata si assegna invece un valore
simbolico arricchito, secondo gli studiosi, di altre sfaccettature. Si è ipotizzato, infatti, che le defunte,
pur avendo superato l’età correlata alla bambola-balocco, ne avessero una accanto nel sepolcro perché
erano morte prima ancora di sposarsi, oppure perché il loro matrimonio non era stato consumato. Due
esempi paiono sufficienti: il primo ricorda la bambola della vestale Cossinia, che, a sentire l’iscrizione
funebre, aveva servito la dea per sessantacinque anni; il secondo, quella in avorio collocata nella
tomba di Maria, la figlia di Stilicone andata in sposa all’imperatore Onorio. Nel primo caso, si voleva,
sistemando la bambola vicino al corpo della vestale, attestarne la castità, richiesta peraltro dal suo
ruolo; nel secondo, onorare la purezza verginale della sposa-bambina.
La bambola nell’Antichità era o poteva essere signum di fertilità femminile o di verginità.
Per l’età medievale le testimonianze archeologiche sono tarde e molto più modeste. Probabilmente c
è da imputare alla deperibilità dei materiali, spesso di recupero, di infima qualità (lino o addirittura
stracci), o alla pessima conservazione: non a caso i pochi rinvenimenti riguardano per lo più piccole
bambole in avorio. Gli esemplari portati alla luce sono anche intagliati nel legno, impastate con
l’argilla, plasmate con la cera. Alcuni bambolotti erano in realtà trasformati in sonagli per i neonati
riempiendoli con piccole sfere di terracotta. In generale, le bambole in legno o in argilla erano molto
stilizzate, spesso forgiate per essere ricoperte con appositi abiti; quelle in legno talvolta avevano
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gambe e braccia articolate con perni così da poterne simulare i movimenti. A fine Medioevo e nella
prima età moderna, le bambole ritratte in braccio a bambine paiono essere state molto curate nelle
componenti che non sarebbero state ricoperte e meno nelle parti nascoste. Ben riprodotti erano
soprattutto il viso, i capelli e le mani.
I loro vestiti imitavano quelli indossati dalle bambine del tempo, che a loro volta somigliavano a quelli
delle loro madri. Questo significa che non produrrebbe esiti attendibili un’indagine volta a individuare
le bambole deputate al gioco infantile per distinguerle da quelle affidate ad adulte.
Scarseggiano sul tema anche le fonti letterarie, che indugiano semmai nella descrizione del gioco degli
scacchi o di altri giochi da tavolo o di movimento finalizzati all’addestramento militare, che non
riguardano la nostra indagine. Forse nella diffusione delle bambole influì in maniera negativa
l’indirizzo pedagogico che, a proposito delle attività consigliate alle fanciulle, puntava su quelle tipiche
della quotidianità femminile, fra le quali cucire, ricamare, tessere, che sarebbero servite per
mantenerne impegnata la mente e per distoglierla da altri, più pericolosi, pensieri.
Dal secolo XII in poi, i documenti cominciano a fornire dettagli di un certo rilievo.
Sappiamo da Lamberto d’Ardres, che una nipote del conte di Fiandra, Petronilla, una giovane semplice
e timorosa di Dio, era solita giocare con le bambole nonostante che fosse già sposata. È datata al 1376
la notizia del dono di piccole stoviglie d’argento fatto ad una bimba di nome Margherita che con ogni
probabilità le usava per intrattenersi con la bambola. Una bambola del 1396 riconducibile alla corte di
Francia era stata realizzata con stracci, mentre quella regalata nel 1454, sempre in Francia, alla figlia di
Carlo VII, Maddalena, era molto più preziosa: aveva le sembianze di una damigella a cavallo con ai
piedi un valletto. Altre informazioni possono essere rinvenute negli inventari dotali delle grandi casate
fiorentine quattrocentesche, che registrano bambole abbigliate con sfarzo al pari delle dame cui erano
destinate. Quelle di Nannina de’ Medici, sorella di Lorenzo il Magnifico, o di Manetta Strozzi,
dell’omonima e potentissima famiglia fiorentina, erano agghindate con mantelli decorati con perle e
finiture dorate. Quanto alle testimonianze iconografiche, le poche e più note che possiamo
commentare sono della fine del Quattrocento e della seconda metà del Cinquecento. Sono le due
incisioni del manoscritto tedesco Hortus sanitatis che mostrano alcuni fabbricanti di bambole, e la
riproduzione pittorica dei giochi infantili nel celebre quadro di Brueghel “Giochi di fanciulli”, in cui
bambini, caratterizzati da atteggiamenti e indumenti propri degli adulti, sono rappresentati mentre
adoperano per i loro svaghi oggetti e materiali d’uso comune, quali barili, cerchi, vesciche di animali
ecc. Tra di loro, nel dipinto, si distinguono due donne intente a confezionare delle bamboline di stoffa,
che sono vestite in base alla moda di quel tempo nei paesi fiamminghi. Portano cioè semplici abitini
lunghi e hanno sulla testa delle cuffie bianche.
La bambola simbolo di fertilità
Le “venerine”, le figurine-idolo dalle fattezze femminili risalenti alla prei-storia, che erano
probabilmente impiegate nei riti propiziatori della fertilità e della fecondità femminile, riproducevano
il corpo della donna nudo, spesso stilizzato ma con i caratteri sessuali ben evidenziati. Anche alcune
bambole d’argilla sono state collegate nell’antico Egitto con il mito della Grande Dea Madre e, secoli
dopo, a Roma, le fanciulle offrivano bambole a Diana, o, prima di andare in sposa, a Venere. Nel
Medioevo, complici i principi morali del Cristianesimo che rinnegavano il corpo e in particolare quello
femminile, percianua diaboli cioè causa di peccato, le bambole erano invece prive di ogni attributo
sessuale. Restavano simboli della maternità ma non presentavano più alcuna caratteristica fisica di
genere. Comunque sia, tra le “voci” ricorrenti negli inventari dei beni dotali delle esponenti delle
grandi casate quattrocentesche, si riscontrano bambole descritte nei più minuti dettagli. A quelle di
Nannina de’ Medici e di Manetta Strozzi, accostiamo ora i “bambini” dagli abiti di broccato, rifiniti con
perle, registrati, nel 1482 e nel 1483, nel corredo da sposa della seconda moglie di Jacopo Pandolfini e
in quello della consorte di Tommaso Guidetti. In quest’ultimo caso, era stato il suocero di Tommaso a
fare quel dono speciale. Spesso, infatti, bambole e bambolotti erano donati alla sposa dai familiari del
fidanzato: nel 1484 Eleonora d’Aragona, duchessa di Ferrara, ne volle inviare addirittura tre ad Anna
Sforza, la promessa sposa del figlio Don Alfonso d’Este. La più bella e ricercata era accompagnata da un
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corredo di indumenti raffinatissimi confezionati dal sarto di corte con pregiati broccati e velluti. Pure
le altre due indossavano eleganti capi di taffetà, di broccato d’oro e d’argento. Alfonso ed Anna
avevano rispettivamente otto e undici anni, ma erano già fidanzati. È evidente come l’impiego di
queste bambole travalichi l’ambito ludico per spostarsi in quello della fenomenologia simbologica.
Eleonora d’Aragona aveva regalato le bambole alla futura nuora perché se ne servisse come di
giocattoli tout-court, e come di giocattoli evocativi, al pari dei bambolotti, del suo futuro di sposa e di
madre. La bambola diventa per queste bambine il modello ideale al quale riferirsi. Attraverso il gioco
la bimba impara a vestire la bambola e quindi sé stessa, viene unito l’aspetto ludico all’apprendimento
del “vivere aristocratico”».
Non a caso, nel Cinquecento, molte di queste bambole erano ormai adoperate come manichini e inviate
alle nobildonne perché potessero farsi un’idea realistica delle novità della moda del tempo. In quel
contesto, tuttavia, la bambola acquisiva con forza la valenza di <segno di quel magico potere femminile
che dona la vita>. Era il talismano che accompagnava l’età infeconda per proteggere e favorire la
potenzialità generativa che si sarebbe concretizzata nel matrimonio e nell’atto sessuale». Addirittura,
dando credito a credenze, la bambola o il bambolotto di cera potevano fungere da prototipi magici,
guardando costantemente i quali, la sposa avrebbe avuto buone possibilità di partorire figli dai
lineamenti simili. Ch. Klapish-Zuber riflette sulla teoria, espressa da G. Marcotti e che ella ritiene che
«la funzione magica [della bambola nuziale] mirerebbe dunque a trasferire, nel delicato periodo della
gestazione, le virtù dell’oggetto contemplato sulla persona che lo contempla, o sul bambino che essa
porta in sé [...]. Ancora oggi, l’usanza di mettere sul letto coniugale una bambola riccamente vestita è
probabilmente, per una coppia di sposi, garanzia di fecondità e della riuscita materiale dei figli che
verranno». La testimonianza di rituali, attestati da alcuni statuti suntuari fiorentini del 1388, che
proibivano di inserire nelle cerimonie nuziali un “fanciullino” a fianco del servo che portava le ceste
con i doni del marito, e dalle pratiche che si ripetevano ancora nella Francia del secolo scorso, laddove
«durante il banchetto di nozze, o alla sera, quando gli sposi si apprestano a coricarsi, viene presentato
loro un bambolotto in fasce, tenuto in braccio da una donna, che a volte viene persino battezzato per
finta». Forse, si interroga, in forza dei divieti, il “fanciullino” in carne ed ossa era stato col tempo
sostituito con un prodotto inanimato, il Bambinello. Proprio il fatto però che, tranne in qualche rara
eccezione, le bambole fossero consegnate alle spose dai genitori e non dallo sposo. Alla fine del
Trecento, quando Ginevra, la giovane che Margherita e Francesco Datini avevano adottato, si sposò, fu
Margherita a compiere «il gesto simbolico di mettere un bambino tra le braccia della sposa e un fiorino
d’oro nella sua scarpetta, come augurio di fecondità e di ricchezza». Anche nella Sicilia degli anni
Cinquanta-Sessanta del secolo scorso, si conservava, e in parte si conserva ancora la tradizione di
preparare, alla presenza delle parenti e delle amiche della sposa, il letto matrimoniale con le lenzuola e
la coperta più belle del corredo. Si metteva al centro del letto, appoggiata tra i due cuscini, una
magnifica bambola, spesso con il viso, le mani e le gambe di porcellana. Scomparsa del tutto, invece, è
ormai l’abitudine di appendere alle pareti delle stanze nuziali quadri di donne, così come di uomini,
molto attraenti, a meno che di non supporre una versione “cristiana” della pratica, vale a dire la
sostituzione delle immagini laiche con i dipinti della “Madonna con il Bambino Gesù”, utilizzati come
simbolo di maternità per eccellenza. Si mirava a proporre alla sposa gravida o ancora da ingravidare
figure la cui fisionomia si intendeva prendere a modello.
Più complesso o forse semplicemente duplice è, invece, il significato simbolico di quei bambolotti,
sempre quattrocenteschi, regalati alle spose, ma anche alle monache come si dirà, che avevano le
sembianze del Bambino Gesù o di “Messere Domenedio”. Solo pochi esemplari in realtà erano vestiti
«di bigio a immagine di Nostro Signore» e avevano la stessa accezione simbolica delle bambole:
richiamavano la maternità. Ne furono dotate nel 1486 Antonia, figlia di Bernardo Ranieri, il quale
probabilmente l’aveva a sua volta ricevuto come corredo di nozze della moglie; l’anno seguente,
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Marietta, figlia di Filippo Strozzi, e, qualche anno dopo, nel 1515, la figlia di un altro Strozzi, Carlo, che
si chiamava Francesca. E che i piccoli Bambinelli circolassero nel Quattrocento lo dimostra il fatto che
Margherita Kempe segnalò nel resoconto del viaggio compiuto in Italia nel 1414 l’incontro con una
donna che viaggiava portando con sé una “immagine”, vale a dire un bambolotto, con i tratti del piccolo
Gesù, e ricordò le altre donne che erano solite rivestirlo con panni preziosi ed esporlo alla pubblica
venerazione. Nelle ceste del corredo, inoltre, altre nobildonne trovarono bambole anch’esse
agghindate con rasi e broccati che però raffiguravano delle sante: una, con le fattezze di santa
Margherita, fu consegnata nel 1493 alla prima moglie di Andrea Minerbetti; una, con i tratti di santa
Maddalena, fu data nel 1499 alla moglie di Bernardo Buongirolami e un’altra, simile, la ebbe in dono
nel 1499 Fiammetta, figlia anch’essa di Filippo Strozzi. Si convincevano di essere state ingravidate,
nella speranza di potere trasmettere le sue fattezze al nascituro.
Bambole e maternità spirituale
Nel Medioevo si consolidò l’uso di dotare le fanciulle, e forse anche i fanciulli votati alla vita religiosa,
di piccole bambole con indosso l’abito monastico. La memoria va alla celebre, manzoniana Monaca di
Monza che già da piccola era attorniata da bambole in costume monastico: giocava e allo stesso tempo
si esercitava a fare la badessa, a prepararsi al ruolo che le era stato assegnato. Nell’immaginario
infantile, la consuetudine di giocare con bambolotti dall’aspetto monacale acquisiva infatti una
notevole forza persuasiva e la reclusione si ammantava di privilegi elitari. Allo stesso tempo, il fatto
che, a differenza delle bambole che attorniavano Gertrude, quelle «donate alle [...] monache o suore del
Quattrocento fiorentino erano sovente adorne di abiti ricchi e profani», non allontana «l’ipotesi del
giocattolo dotato di una funzione pedagogico-addestrativa».
Le fonti altomedievali raccontano di bambine, che denotavano chiaramente le loro inclinazioni
spirituali, talvolta organizzando, come fosse un gioco, processioni religiose con il coinvolgimento di
altri coetanei. Il caso più noto ebbe per protagonista Radegonda, la piccola prigioniera di guerra
d’origine turingia vissuta a lungo presso una villa del sovrano merovingio Clotario I prima di sposarlo.
Durante quegli anni non tralasciò occasione per testimoniare la sua bontà d’animo, la sua
predisposizione verso i poveri e i bisognosi nonché la sua profonda religiosità. Alla fine, abbandonò la
corte per il chiostro.
In questo caso, fra i signa religiosi usati nel “gioco” liturgico non furono inseriti bambole e
“bambinelli”, secoli dopo però, alle donne che, come Radegonda, si apprestavano a lasciare il mondo si
offrivano sempre più spesso bambole e “gesuini”, ossia piccoli Gesù Bambino, nudi, come quello
conservato al Museo dell’Opera del Duomo di Firenze, o abbigliati con cura, come quell’altro, con
addosso un abitino di velluto «chermisi» e un mantellino di broccato verde dalle maniche ricamate di
perle, che portò con sé in convento nell’anno 1505 Maddalena, figlia di Tommaso Guidetti. Era lo
stesso “gesuino” che la madre aveva avuto in dote nel 1482 al momento delle nozze e che ora
trasmetteva alla figlia prossima a diventare sponsa Christi. Bambole e bambolotti potessero essere
nient’altro che «oggetti di devozione», ma più verosimile quelli in possesso delle sanctimoniales
evocassero specialmente la maternità spirituale. È possibile cioè immaginarli come strumenti
nell’ambito di un gioco emblematico della maternità, negata alle monache nella sua fisicità ma
recuperata nella forma simbolica. Anche nel chiostro prevale dunque la funzione pedagogica e
simbolica. In quei luoghi lontani dal mondo, le bambole rievocavano, da una parte, il ruolo materno
verso le consorelle che le monache e specie le badesse versione femminile dell’abate, con gli stessi
poteri e la stessa autorevolezza genitoriale avvertivano come una componente della loro missione,
dall’altra la maternità spirituale che, vissuta con intensità nei momenti di rapimento estatico,
consentiva loro di sperimentare gioie e sensazioni comuni a tutte le donne e a tutte le madri.
Altrimenti perché dare in dote un bambolotto sia alla figlia che si sposava, come fece nel 1486
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Bernardo Rinieri con Antonia, sia a quella che abbracciava il chiostro, come nel 1452 avvenne a suor
Angelica, la sedicenne vissuta in convento da quando aveva solo cinque anni, che, al momento della
monacazione, ricevette dal padre Francesco Giovanni una bambola accompagnata da tutto un corredo
di articoli sacri in miniatura? Non si tralasci inoltre di ricordare che, nelle esperienze mistiche, le
privilegiate potevano “congiungersi” carnalmente con Dio, godere “virtualmente” dei piaceri della
carne. I racconti di siffatti momenti ascetici attraversano l’età medievale: nel secolo VI il letterato di
origine italiana nonché vescovo di Poitiers Venanzio Fortunato, del quale Marta Cristiani rimarca la
capacità di conferire uno spessore erotico all’ascesi mistica. Nel secolo XIII trionfa la “mistica sponsale”
di, fra le altre, Matilde di Magdeburgo o di Angela da Foligno. Il tema ritorna, cioè, declinato in varie
forme e situazioni, sicché «dalla fine del XII secolo si dispone di svariate centinaia di racconti
autobiografici che descrivono l’unione con lo sposo celeste in una lingua che è dell’amore e spesso
anche dell’eros e si accosta molto alle nostre sensazioni nel rapporto di coppia» Per restringere il
campo al nostro tema specifico, le testimonianze riconducono alla prima metà del secolo XIII,
allorquando pare che Umiliana dei Cerchi sperimentasse, dopo averlo tanto desiderato, il piacere di
vedere nella sua cella il piccolo Gesù e di intrattenersi teneramente con lui, e che Ida di Lovanio avesse
la fortuna di fargli il bagno con l’assistenza di santa Elisabetta. Quando il bagno fu fatto, tirò su il
bambino dall’acqua, e se lo mise in grembo, avvolto in pannicelli per asciugarlo, e gli parlava
dolcemente come una mamma». I miracoli si ripetono, forse con sospetta frequenza, nelle Vitae del
secolo XIV, testimoniando comunque questa sorta di aspirazione fisica alla maternità di tante sante
donne, specie di quelle alle quali la maternità era stata negata oppure delle altre che erano state
separate dai figli subito dopo la loro nascita. Se tante sante donne, nelle loro visioni estatiche,
immaginavano di toccare il corpo del Cristo, di goderne gli amplessi, di abbracciarlo e di stringerlo,
trasformando nel linguaggio l’unione spirituale in un intimo e carnale contatto, il bambolotto era
l’oggetto emblema dei loro insoddisfatti aneliti ai piaceri dell’unione sessuale. Prova ne siano «le
visioni che quasi tutte le mistiche hanno di Gesù Bambino, presente come corpo reale a volte
consegnato direttamente alle loro braccia dalla Madonna». Ma queste esperienze non possono
rimanere completamente nascoste in questo vero e proprio transfert del loro amore dello “sposo”
adulto sul simulacro del Bambino Gesù. Di fatto, il pargolo divino restituisce alla reclusa la sua
funzione sociale primaria, la maternità, e rinserra il suo desiderio e le sue frustrazioni entro i limiti che
i suoi direttori spirituali maschi riconoscono e sono disposti ad accettare. Lo sposo-bambino rende
possibile per queste infelici un’esperienza che la loro reclusione sembrava condannarle a non potere
mai conoscere». La voglia di maternità delle monache si estrinsecava infine nella concezione del loro
corpo «come una sorta di utero mistico e virginale». In questo senso si può intendere il caso di santa
Chiara di Montefalco (†1308), convinta di avere racchiusa nel cuore la Croce, tanto che, dopo la sua
morte, il suo corpo fu aperto, il cuore diviso in due parti e dentro, a sentire gli atti, tutti poterono
distinguere i simboli della passione di Cristo. Una presenza che era stata avvertita da Chiara
«realmente nel corpo per il resto della sua vita, come fosse una sorta di gestazione irrisolta e
irrisolvibile, cui danno termine le consorelle, con azione da levatrice, aprendole il petto». Comunque
sia, quanto emerso conferma che anche i “gesuini” costituivano modelli da usare per esercitarsi, pur
fra le mura del monastero, nelle pratiche materne, imitando nel contempo la Madre per eccellenza,
Maria. Atteggiamenti questi attestati ancora nella prima moderna, allorquando «queste pie donne
[monache] non si accontentano di cullare i loro piccoli Gesù; qui o là esse gli fanno il bagno, li
rivestono, gli ricuciono i vestitini». Le ospiti del chiostro diventano così imagines di quella maternità
che non avevano voluto, per rifiuto volontario, o potuto, per scelte altrui, sperimentare; di quella
maternità che le donne rimaste nel secolo affrontavano realmente senza risparmiarsi e con la
consapevolezza dei rischi, spesso mortali, che correvano. Erano le bambole, con il loro carico di
contenuti simbolici a costituire un punto d’incontro, non l’unico certo, ma forse il più intriso di
dolcezza e di incanto, fra quei due mondi.
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RAPPRESENTAZIONI SENTIMENTALI DELL’INFANZIA
Angela Giallongo
Questo libro esamina le relazioni affettive nei primi anni di vita. La storia dell’infanzia ha cercato di
individuare e di spiegare i comportamenti sentimentali degli adulti verso i minori. Uno studio
dimostra come i bambini non sono visti solo come esseri cognitivi ma come esseri emotivi.
1. La scoperta dei sentimenti verso l’infanzia
Le ricerche sui bambini santi e miracolati, le numerose pubblicazioni in Italia e in Europa sulla storia
dell’infanzia, delle bambine, sulla famiglia, sulla vita quotidiana, sul gioco, hanno messo in discussione
l’idea della povertà emotiva del Medioevo.
Su questo periodo centrale della storia dell’Occidente si è incrementato a livello internazionale un
notevole programma di ricerca.
Da ciò emerge come dall’attenzione degli studiosi per la relazione genitori-figli si siano ramificati altri
temi che hanno esplorato i legami all’interno della famiglia e della parentela, compresa quella
spirituale. Va anche sottolineato che i primi anni di vita hanno beneficiato di una documentazione sulla
maternità, sulla gravidanza, sul parto, sull’allattamento, sull’alimentazione, cioè sulle modalità
relazionali del mondo femminile con quello infantile.
A partire dagli anni ‘80, la presenza femminile in ambito storico e il moltiplicarsi dei lavori sulla storia
delle donne hanno contribuito a stimolare la riflessione sull’infanzia. L’analisi delle immagini
dell’infanzia nei diversi periodi storici ha posto il problema di definire le tipologie emotive
intergenerazionali. È stata questa l’occasione per prendere in considerazione un certo numero di
comportamenti affettivi, più o meno comuni agli uomini e alle donne del passato, malgrado le
differenze di genere, sociali, culturali e geografiche.
2. Il contributo degli studiosi del Medioevo
Le ricerche condotte dai medievisti sono importanti per i discorsi emotivi sull’infanzia. Innanzi tutto è
da considerare come il fatto che il fenomeno dell’oblazione sia scomparso alla fine del medioevo. Così
come gli studi di Gordon e Sigal sulle relazioni degli adulti di fronte ai pericoli mortali corsi dai
bambini, abbiano attirato l’attenzione di diversi storici inglesi e francesi sul tema della mortalità
infantile. Fra questi, King ha riscoperto che nell’Italia umanista il senso del dolore vissuto dalla
famiglia dopo la scomparsa precoce della prole veniva alleviato dalla lettura di trattati consolatori. Allo
stesso tempo gli studi archeologici hanno mostrato dal XII secolo, in Francia, la cura dedicata alla
sepoltura dei bambini. Una cura che denuncia la tristezza provata per la perdita di una persona amata.
D’altra parte, il crescente interesse della letteratura medica italiana del XIII secolo sulle accidentiae
animae dell’infanzia definiscono per la prima volta, con Aldobrandino da Siena, il comportamento degli
adulti (genitori ed educatori) verso i bambini tramite le emozioni. Le accidentiae animae il termine
usato allora per indicare appunto le emozioni potevano infatti compromettere la salute e la vita
infantile.
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Inoltre i primi dubbi sulla necessità di separarsi precocemente dai figli testimoniano le afflizioni e le
sensibilità dei genitori degli ambienti nobiliari francesi e delle classi colte urbane toscane.
Un’altra smentita alle affermazioni di Ariès, che aveva svalutato i legami affettivi della famiglia
medievale, proviene dall’esame della letteratura pedagogica italiana, in particolare da quella
fiorentina, come ha mostrato il lavoro di Haas (1998) sulle ricordanze; qui il principale oggetto di
osservazione investe il modo in cui era vissuta la paternità dalla borghesia mercantile. Anche Baschet
nel 2000 si è interessato al senso medievale di paternità facendolo apparire più complesso rispetto
allo scontato ritratto punitivo e autoritario.
In definitiva, gli aspetti antropologici e psicologici, gli scavi archeologici e gli studi femministi hanno
rafforzato il cambiamento di prospettiva, spingendo diversi studiosi a ricostruire le cosiddette verità
della storia non solamente attraverso i fatti reali, la vita materiale e intellettuale ma anche attraverso
la vita affettiva, sentimentale e l’immaginario. Su questo terreno hanno lasciato una traccia profonda
l’uso e la valorizzazione delle arti visive. Infatti Riché, dopo aver pubblicato un libro sulla condizione
infantile, ha organizzato una mostra di successo sui bambini medievali. Il catalogo ha avuto due vesti:
una più monumentale e duratura e una più ridotta non illustrata, un dossier usa-e-getta. Le 700
immagini di questo dossier, con piste pedagogiche e ludiche hanno raggiunto almeno tre obiettivi:
1. Ha consentito agli studenti più giovani di identificarsi con i coetanei del passato e di
sintonizzarsi con un’altra epoca.
2. Ha riaffermato che l’infanzia è importante per comprendere le mentalità. L’uso di un apparato
iconografico molto ricco e vivace ha fatto affiorare molti temi: le età della vita e i loro significati
simbolici; i gesti delle partorienti, delle nutrici e dei padri; il mondo oggettuale con le culle, i
biberon, le fasce, i vestiti e i giocattoli; le modalità di insegnamento; l’assistenza ai bambini
malati e abbandonati; le attività all’aperto; i luoghi di vita dei bambini.
3. Ha rimesso in discussione le tesi di Ariès. Per Ariès i momenti chiave della storia del sentimento
per l’infanzia dovevano essere cercati nella comparsa dei bambini morti nell’arte del XVI secolo.
Le conclusioni di Ariès venivano giudicate da Cunningham pessime, perché le immagini
esaminate dallo storico francese riflettevano le formae mentis dell’ambiente ecclesiastico.
Anche la Pollock smentiva le affermazioni di Ariès, dimostrando che la povertà emotiva nelle
relazioni familiari era un fenomeno riscontrabile nel periodo in cui i bambini erano maltrattati
dai genitori e dagli educatori.
Per lungo tempo quindi si è dato importanza all’idea che i matrimoni senza amore, che
l’insensibilità dei genitori e che la durezza degli educatori fossero le caratteristiche per cui non si
dava importanza alla ricchezza dell’individualismo affettivo.
3. Vedere l’infanzia
Da Rosenwein (2003) possiamo capire l’influenza, esercitata dopo il 2000, dagli psicologi cognitivisti e
dai costruzionisti sociali sulla riflessione storica. I loro approcci alle emozioni hanno smentito la
visione di una traiettoria storica che dall’impulsività (attribuita, fra l’altro, al temperamento
medievale, giudicato infantile) sarebbe passata all’autocontrollo e alla soppressione delle emozioni,
messa in atto, in età moderna, dall’educazione impartita dentro e fuori la famiglia. In realtà, nessuna
espressione emotiva è affidata alla spontaneità, secondo le nuove teorie delle emozioni, ma è il
risultato di una costruzione sociale: pertanto le emozioni, come i pensieri, sono giudizi, cioè
valutazioni mediate da aspettative culturali. Ciò ha attirato ultimamente l’attenzione degli storici che si
sono spinti ad analizzare le idee e le esperienze emotive dei singoli e dei gruppi sociali. In tal senso,
Burke, ha offerto una visione diversa della storia, quella del «sentito-vissuto», che ingloba il corpo e i
sentimenti come vere e proprie frontiere culturali. Burke ha inserito i sentimenti nella storia della
letteratura e dell’arte, intese come massima espressione delle pratiche culturali. All’insostituibile
contributo dato alla riflessione storica dalle attuali teorie sulle emozioni va infine aggiunto con forza
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che l’apporto dei medievisti alla storia dell’infanzia, riguarda in particolare la scoperta del XIII secolo.
Periodo in cui lo sviluppo delle lingue volgari, dell’educazione cortese e laica ha espresso nuove
sensibilità. L’attenzione all’evoluzione e alla maturazione individuale aveva suggerito nel 1254, per
esempio, a Filippo da Novara, portavoce pedagogico degli ambienti nobiliari, la famosa formula, che ha
ispirato la coscienza educativa e la sensibilità contemporanea, «l’enfans est le foundament de la vie».
L’idea comunemente accettata all’epoca, secondo cui, i genitori e i maestri dovevano imporre la loro
volontà ai bambini, senza tollerarli e senza riconoscere le conseguenze negative della «souffrance»
loro imposta, secondo Filippo da Novara, era sbagliata e irresponsabile.
Parallelamente le arti visive riconquistavano con Giotto (1267-1337) l’espressività dell’infanzia. Nella
Cappella degli Scrovegni, la più alta espressione dell’arte medievale, il tema della Natività e della
Madonna con il Bambino ha ispirato non soltanto una visione realistica dell’infanzia, ma ha anche
idealizzato con charme la capacità infantile di amare. La messa in scena di un dio piccolo, fragile,
innocente, tenero e bianco fra le braccia della madre era cominciata del resto, anche per Ariès, presto
nella pittura, nel XII secolo. Quelle prime immagini di tenerezza fra la Vergine madre e il Bambino
hanno, in seguito, probabilmente ispirato gli artisti italiani del 400 e del 500. Botticelli, Donatello,
Ugolino di Nero, Sano di Pietro, Marco della Robbia, Benedetto Buglioni, Michele da Firenze,
Ghirlandaio, Luca Simone della Robbia, Agostino di Duccio e Michelozzo da Bartolomeo hanno
cominciato a raffigurare i sentimenti peculiari dell’infanzia attraverso il tema dell’amore domestico.
Nel 1319 la Madonna con il Bambino di Ambrogio Lorenzetti non esaltava l’infante come incarnazione
divina, né come un essere sovrannaturale e benedicente ma come un essere reale, vigoroso, seminudo,
sotto il vistoso drappo rosso, tutto preso (come il Bambino di Giotto) dallo sguardo espressivo rivolto
alla madre. Il dipinto, come tanti altri, fa vedere il bambino come un essere emotivo, vulnerabile,
desideroso di amore, di amare, di condivisione e di benessere. Queste scene piene di affetto e calore
hanno rafforzato sentimenti più intensi verso i figli insieme alla capacità di riconoscere le sofferenze
infantili. Un’ulteriore occasione di riflessione sulla necessità di oltrepassare le tesi di Ariès, la offre il
volume curato da Classen nel 2005. I diciannove saggi dimostrano come l’esplorazione della relazione
tra genitori e figli sia fondamentale per comprendere la società europea premoderna e moderna.
L’esame degli ideali educativi monastici nella visione carolingia dell’infanzia; dell’ascesa del culto del
Bambino Gesù nelle arti; della diffusione della letteratura dell’infanzia e di guide per allevare i lattanti;
di casi di padri e madri che hanno avuto profondi legami emozionali con la loro prole; delle
preoccupazioni per la salute e per l’educazione dei figli, sta a indicare che i passati concetti di relazioni
familiari indifferenti e anaffettive, di bambini visti come adulti in miniatura, erano stati inquinati dai
pregiudizi degli studiosi nei confronti del medioevo. Hanawalt (1986), Shahar (1990), Sheehan (1996),
Crawford (1999), Orme (2001) e altri, affermano che: non è vero che i genitori non amassero i
bambini, che le leggi e le comunità educanti non investissero su di loro e che il concetto di infanzia
fosse ignorato dalle fonti scritte e iconografiche di numerose regioni europee. Come si è visto, anche il
volume di Classen, che focalizza l’attenzione sulla relazione genitori-figli nella mentalità europea, in
particolare tedesca, con l’ottica della lunga durata, ha criticato Ariès proprio su questo aspetto così
importante.
Il paradigma più discusso di Ariès, in Europa e oltre Oceano, riguarda quindi la svalutazione
dell’affettività medievale – tesi sostenuta con forza da L. De Mause nel 1974 con la conseguente
associazione alla mancanza e all’inesistenza dell’idea dell’infanzia. La risposta dell’ultima ondata di
studi ha riportato alla luce diversi casi di espressività familiare mettendoli in relazione con le
dinamiche sociali e con i discorsi educativi che hanno plasmato il concetto di infanzia. Ma, secondo
Kline (2008), questa tendenza paradossalmente conferma ancora Ariès come padre putativo anche di
quegli storici dell’infanzia che lo hanno mandato in pensione; Il problema centrale è allora quello di
continuare a indagare i bambini e l’infanzia in situazioni culturali specifiche. Si tratta ancora una volta
di interrogarsi in modo critico sulla complessità del rapporto fra adulti e minori piuttosto che
soggiogare i variegati fenomeni delle culture sotto un unico ombrello teorico, magari viziato da
qualche pregiudizio. A dire il vero anche la tradizione femminista non ha privilegiato un sola chiave di
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lettura; per esempio, nel 1949, il libro, Le deuxiéme sexe di S. de Beauvoir(1999) era attratto
dall’incidenza dei fattori emotivi e non solo di quelli intellettuali per spiegare le vicende della
disuguaglianza sessuale. I medievisti, come si è visto, hanno inserito la storia dell’infanzia nella sfera
delle emozioni attraverso un uso più consapevole delle fonti visive. Rispetto ad Ariès, che aveva
frettolosamente associato gli stili artistici alle sensibilità culturali, Reed ha riconsiderato, in sintonia
con le nuove teorie delle emozioni, la ritrattistica non uno specchio della realtà, ma un interpretazione
della realtà. Nella sua ricerca, le opere d’arte sono concepite come uno strumento per indagare le
trasformazioni sociali del comune sentire. Per questa via, anche negli oggetti sono identificabili diversi
significati emotivi. Un ottimo esempio lo suggerisce un antico costume italiano documentato dall’arte.
Vale a dire, l’uso, ancora attuale, di regalare ai neonati, maschi e femmine, braccialettini, collanine e
amuleti di corallo rosso. I lattanti ingioiellati con un oggetto così significativo come il corallo (sempre
presente nell’iconografia del XV secolo) sono un ottimo motivo per esplorare non solo i gusti estetici
dell’epoca ma anche il senso di «protezione» espresso dagli adulti. In questo caso l’oggetto illustra un
modo per sottrarre le creature più fragili ai pericoli, alle malattie, alla morte, per difenderle da
aggressività reali o immaginarie. Da qui si può intuire l’importanza emotiva dell’oggetto che ci riporta
anche alle consuetudini femminili nella cura dei bambini: il corallo evocava la protezione,
conferendole un valore sociale. Fra le diverse traiettorie, secondo Kline si sta cercando di dare,
all’interno della comunità scientifica, una risposta anche a un’altra questione importante: quali erano i
rapporti affettivi tra le donne i bambini, visto che in molte società del passato e in alcune del presente,
le donne trascorrevano e trascorrono la maggior parte del loro tempo con i figli, interagendo con loro
in continuazione? Si potrebbe allora scoprire che l’influenza delle strategie affettive femminili ha fatto
parte integrante di quella esperienza emotiva che noi oggi giudichiamo la qualità umana per
eccellenza: la capacità di amare i bambini, di tutelare i loro interessi e diritti di esseri emotivi. Cioè la
capacità di proteggerli da tutti i comportamenti predatori e aggressivi, assicurando loro, come aveva
proposto Rousseau, l’inalienabile diritto alla felicità.

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LE BAMBOLE NEL MEDIOEVO E OLTRE: VALENZA LUDICA, SIMBOLICA E ALLEGORICA DI CARMELINA URSO. «Il gioco è più antico della cultura, perché il concetto di cultura, per quanto possa essere definito insufficientemente, presuppone in ogni modo convivenza umana, e gli animali non hanno aspettato che gli uomini insegnassero loro a giocare. Anzi si può affermare senz’altro che la civiltà umana non ha aggiunto al concetto stesso di gioco una caratteristica essenziale». Così Johan Huizinga, nel lontano 1938, cominciava il suo saggio sull’homo ludens, affermando che l’attività ludica è un’esigenza primordiale dell’essere umano. La funzione di questo testo è quella di recuperare dalla trattatistica e dalla storiografia medievali le posizioni più eloquenti per sviluppare un tema specifico: la valenza della bambola come manufatto ludico, simbolico e allegorico. Le due ultime accezioni amplificano il significato antropologico della bambola che, da giocattolo per bambini di entrambi i generi come vedremo, si presta a “rappresentare” signa della maternità fisica e spirituale, diviene “messaggio” sociale, e finanche, dalla prima età moderna, strumento della moda. Per ciò che riguarda il primo impiego della bambola, ovvero quello ludico tout-court, è interessante approfondire innanzitutto l’orientamento delle auctoritates medievali a valutare il gioco come esercizio d’imitazione, propedeutico alle mansioni che la società assegnava all’uomo o alla donna in età adulta. Il progetto educativo non era affatto nuovo però, già Platone aveva espresso il suo pensiero, egli sosteneva che l’uomo che vuole diventare abile in qualsiasi campo, deve darsi da fare fin dalla prima infanzia, per gioco e sul serio, a cominciare dalle specifiche applicazioni della sua arte. Ad esempio, se uno ambisce a diventare contadino e un altro architetto, è utile che quest’ultimo giochi alle costruzioni, il primo a fare l’agricoltore. Nel Medioevo, tuttavia, si avvertì il pericolo che, attraverso l’uso ludico di arnesi atti ad offendere (quali bastoni, frecce), il bambino potesse coltivare inclinazioni violente. Di questo si preoccupava Giovanni Dominici. Più opportuno erano invece i genitori che insegnavano al bambino a farlo correre, saltare, giucare e trastullare, oppure di avviarlo alle pratiche religiose, allestendo per lui un piccolo altare. Non solo. Il gioco è immaginazione. Favorisce l’allenamento fisico così come, si legge nei trattati pedagogici, la maturazione intellettuale del bambino. Il valore igienico e naturale dell’attività ludica è sostenuto da Aldobrandino da Siena e da Filippo da Novara; anche quest’ultimo ne segnala le modalità connesse alle differenze di classe e propone giochi guidati, i quali prefigurino le attività e i ruoli che i bambini andranno ad occupare da adulti. Nel contempo, i moralisti medievali non mancarono di riflettere sulla potenziale dannosità del gioco specialmente per i bambini, atteso che costoro erano per loro natura inclini all’esagerazione, agli eccessi. Giocare insomma poteva giovare, a patto che prevalesse la moderazione. Lo sosteneva Filippo da Novara. Solo dalla fine del Duecento l’atteggiamento generale iniziò a cambiare. La svolta era da addebitare alla riscoperta del Philosophus di Aristotele, ma soprattutto alla rivisitazione del suo pensiero alla luce dei principi cristiani avviata da Tommaso d’Aquino e dalla Scolastica e recuperata, per quanto riguarda la valenza della pratica ludica, da Egidio. Con Tommaso ed Egidio ritorna il concetto del gioco come di un utile allenamento per il fisico durante l’aetas primitiva, vale a dire la prima fase dell’infanzia che si chiudeva a sette anni, e poi sempre più come “riposo dell’anima”, come otium appunto. Questa concettualizzazione “positiva” del gioco si impose definitivamente nel Quattrocento. Si ricordi Enea Silvio Piccolomini il quale consigliava i giochi di movimento che riteneva i più efficaci per preparare un giovane ad assumersi le sue future responsabilità. Aggiungeva che maneggiare con destrezza la spada, l’arco, la fionda, sapere correre e saltare erano abilità che servivano anche come esercitazioni di cui tutti i precettori si sarebbero dovuti avvalere per abituare i loro allievi a superare la fatica, coltivandone la vivacità, che era fisica nell’immediato ma diventava col passare degli anni mentale. Il gioco con la bambola, a differenza di quanto pare avvenisse nel mondo greco, laddove, nonostante che bambini e bambine si avvalevano degli stessi giocattoli, era riservato al genere femminile, non era contraddistinto nel periodo medievale da preclusioni. Perché la bambola – neonato in miniatura – veniva affidata ad un bambino, che, una volta adulto ed eventualmente padre, si sarebbe occupato del figlio, maschio intendiamoci, solo dopo che avesse superato il settimo anno di vita? Prima di quell’età, l’educazione dei figli di entrambi i generi era seguita dalla madre; le bambine continuavano anche dopo a rimanere sotto la sua guida per essere avviate a diventare buone mogli e buone madri. Ciononostante nelle fonti si possono ritrovare ragazzini che giocano con la bambola e con tanti altri oggetti coordinati d’uso comune in miniatura, quali piatti, tazzine ecc. Forse si voleva coltivare il sentimento, più che l’esercizio della paternità? Le poche notizie di cui disponiamo si riferiscono per lo più a rampolli appartenenti alle famiglie regie, talvolta a futuri re, che, compiuti i sette anni, erano allontanati da tali passatempi per esercitarsi in ben altri compiti, ma, come scriveva Philippe Ariès, recuperando dal diario del medico di corte i momenti salienti dell’infanzia del futuro Luigi XIII, ogni particolare ha valore d’esempio perché i bambini della famiglia reale, legittimi o no, venivano educati come tutti gli altri bambini della nobiltà. Luigi XIII era nato nel 1601, le prime bambole gli furono regalate quando aveva appena due anni e mezzo e furono sue compagne di gioco a lungo. A sei anni ricevette in dono un piccolo “gentiluomo” elegantemente abbigliato con una bella e folta capigliatura che egli pettinava con cura; a questo bambolotto, a seguire sempre gli appunti del diario, aveva promesso in sposa la bambola della sorella. Luigi, quando giocava con le sue bambole, si trastullava anche con raffinato vasellame, con mobili e accessori in miniatura. Nel contempo si “allenava” con le frecce e con l’arco; tra i cinque e i sei anni aveva acquisito una certa destrezza nel gioco delle carte e in quello degli scacchi. Quando compì il settimo anno d’età, tutto cambiò: passò sotto la guida degli uomini di corte, cominciò a praticare l’equitazione, la scherma, la caccia e alcuni giochi d’azzardo. Trascorsa l’infanzia scomparvero i giochi e, con essi, le bambole. Le bambole nelle fonti: un excursus Tra i manufatti più antichi che gli archeologi hanno riportato alla luce vi sono sicuramente le bambole. Non è certo che si tratti sempre di bambole-giocattolo usate per soddisfare bisogni e comportamenti ludici, o non piuttosto di oggetti rituali, oppure riferibili alla sfera del simbolico e del magico. Bambolegiocattolo di legno o d’argilla o di pietra, o addirittura di papiro e di stracci, conservatesi grazie al suolo asciutto e sabbioso, sono state ritrovate nelle tombe egizie, così come, confezionate anch’esse con vari materiali vili o pregiati a seconda della destinazione, in quelle greche già dal periodo arcaico e classico, e in quelle romane. Talvolta negli scavi archeologici, la bambola è stata rinvenuta assieme a utensili, pentole ed altri oggetti riprodotti in scala ridotta. La bambola di Crepereia Tryphaena, una giovane romana vissuta nel II secolo d.C., aveva vicino a sé un cofanetto contenente, ancora in scala, tutto l’occorrente per la toilette giornaliera: uno specchietto d’argento e due pettinini d’avorio. La sua padrona poteva ornarla con piccoli gioielli di ottima fattura, impreziositi con pasta vitrea e perline. Alla bambola trovata nelle sepolture di donne morte in età più avanzata si assegna invece un valore simbolico arricchito, secondo gli studiosi, di altre sfaccettature. Si è ipotizzato, infatti, che le defunte, pur avendo superato l’età correlata alla bambola-balocco, ne avessero una accanto nel sepolcro perché erano morte prima ancora di sposarsi, oppure perché il loro matrimonio non era stato consumato. Due esempi paiono sufficienti: il primo ricorda la bambola della vestale Cossinia, che, a sentire l’iscrizione funebre, aveva servito la dea per sessantacinque anni; il secondo, quella in avorio collocata nella tomba di Maria, la figlia di Stilicone andata in sposa all’imperatore Onorio. Nel primo caso, si voleva, sistemando la bambola vicino al corpo della vestale, attestarne la castità, richiesta peraltro dal suo ruolo; nel secondo, onorare la purezza verginale della sposa-bambina. La bambola nell’Antichità era o poteva essere signum di fertilità femminile o di verginità. Per l’età medievale le testimonianze archeologiche sono tarde e molto più modeste. Probabilmente ciò è da imputare alla deperibilità dei materiali, spesso di recupero, di infima qualità (lino o addirittura stracci), o alla pessima conservazione: non a caso i pochi rinvenimenti riguardano per lo più piccole bambole in avorio. Gli esemplari portati alla luce sono anche intagliati nel legno, impastate con l’argilla, plasmate con la cera. Alcuni bambolotti erano in realtà trasformati in sonagli per i neonati riempiendoli con piccole sfere di terracotta. In generale, le bambole in legno o in argilla erano molto stilizzate, spesso forgiate per essere ricoperte con appositi abiti; quelle in legno talvolta avevano gambe e braccia articolate con perni così da poterne simulare i movimenti. A fine Medioevo e nella prima età moderna, le bambole ritratte in braccio a bambine paiono essere state molto curate nelle componenti che non sarebbero state ricoperte e meno nelle parti nascoste. Ben riprodotti erano soprattutto il viso, i capelli e le mani. I loro vestiti imitavano quelli indossati dalle bambine del tempo, che a loro volta somigliavano a quelli delle loro madri. Questo significa che non produrrebbe esiti attendibili un’indagine volta a individuare le bambole deputate al gioco infantile per distinguerle da quelle affidate ad adulte. Scarseggiano sul tema anche le fonti letterarie, che indugiano semmai nella descrizione del gioco degli scacchi o di altri giochi da tavolo o di movimento finalizzati all’addestramento militare, che non riguardano la nostra indagine. Forse nella diffusione delle bambole influì in maniera negativa l’indirizzo pedagogico che, a proposito delle attività consigliate alle fanciulle, puntava su quelle tipiche della quotidianità femminile, fra le quali cucire, ricamare, tessere, che sarebbero servite per mantenerne impegnata la mente e per distoglierla da altri, più pericolosi, pensieri. Dal secolo XII in poi, i documenti cominciano a fornire dettagli di un certo rilievo. Sappiamo da Lamberto d’Ardres, che una nipote del conte di Fiandra, Petronilla, una giovane semplice e timorosa di Dio, era solita giocare con le bambole nonostante che fosse già sposata. È datata al 1376 la notizia del dono di piccole stoviglie d’argento fatto ad una bimba di nome Margherita che con ogni probabilità le usava per intrattenersi con la bambola. Una bambola del 1396 riconducibile alla corte di Francia era stata realizzata con stracci, mentre quella regalata nel 1454, sempre in Francia, alla figlia di Carlo VII, Maddalena, era molto più preziosa: aveva le sembianze di una damigella a cavallo con ai piedi un valletto. Altre informazioni possono essere rinvenute negli inventari dotali delle grandi casate fiorentine quattrocentesche, che registrano bambole abbigliate con sfarzo al pari delle dame cui erano destinate. Quelle di Nannina de’ Medici, sorella di Lorenzo il Magnifico, o di Manetta Strozzi, dell’omonima e potentissima famiglia fiorentina, erano agghindate con mantelli decorati con perle e finiture dorate. Quanto alle testimonianze iconografiche, le poche e più note che possiamo commentare sono della fine del Quattrocento e della seconda metà del Cinquecento. Sono le due incisioni del manoscritto tedesco Hortus sanitatis che mostrano alcuni fabbricanti di bambole, e la riproduzione pittorica dei giochi infantili nel celebre quadro di Brueghel “Giochi di fanciulli”, in cui bambini, caratterizzati da atteggiamenti e indumenti propri degli adulti, sono rappresentati mentre adoperano per i loro svaghi oggetti e materiali d’uso comune, quali barili, cerchi, vesciche di animali ecc. Tra di loro, nel dipinto, si distinguono due donne intente a confezionare delle bamboline di stoffa, che sono vestite in base alla moda di quel tempo nei paesi fiamminghi. Portano cioè semplici abitini lunghi e hanno sulla testa delle cuffie bianche. La bambola simbolo di fertilità Le “venerine”, le figurine-idolo dalle fattezze femminili risalenti alla prei-storia, che erano probabilmente impiegate nei riti propiziatori della fertilità e della fecondità femminile, riproducevano il corpo della donna nudo, spesso stilizzato ma con i caratteri sessuali ben evidenziati. Anche alcune bambole d’argilla sono state collegate nell’antico Egitto con il mito della Grande Dea Madre e, secoli dopo, a Roma, le fanciulle offrivano bambole a Diana, o, prima di andare in sposa, a Venere. Nel Medioevo, complici i principi morali del Cristianesimo che rinnegavano il corpo e in particolare quello femminile, perché ianua diaboli cioè causa di peccato, le bambole erano invece prive di ogni attributo sessuale. Restavano simboli della maternità ma non presentavano più alcuna caratteristica fisica di genere. Comunque sia, tra le “voci” ricorrenti negli inventari dei beni dotali delle esponenti delle grandi casate quattrocentesche, si riscontrano bambole descritte nei più minuti dettagli. A quelle di Nannina de’ Medici e di Manetta Strozzi, accostiamo ora i “bambini” dagli abiti di broccato, rifiniti con perle, registrati, nel 1482 e nel 1483, nel corredo da sposa della seconda moglie di Jacopo Pandolfini e in quello della consorte di Tommaso Guidetti. In quest’ultimo caso, era stato il suocero di Tommaso a fare quel dono speciale. Spesso, infatti, bambole e bambolotti erano donati alla sposa dai familiari del fidanzato: nel 1484 Eleonora d’Aragona, duchessa di Ferrara, ne volle inviare addirittura tre ad Anna Sforza, la promessa sposa del figlio Don Alfonso d’Este. La più bella e ricercata era accompagnata da un corredo di indumenti raffinatissimi confezionati dal sarto di corte con pregiati broccati e velluti. Pure le altre due indossavano eleganti capi di taffetà, di broccato d’oro e d’argento. Alfonso ed Anna avevano rispettivamente otto e undici anni, ma erano già fidanzati. È evidente come l’impiego di queste bambole travalichi l’ambito ludico per spostarsi in quello della fenomenologia simbologica. Eleonora d’Aragona aveva regalato le bambole alla futura nuora perché se ne servisse come di giocattoli tout-court, e come di giocattoli evocativi, al pari dei bambolotti, del suo futuro di sposa e di madre. La bambola diventa per queste bambine il modello ideale al quale riferirsi. Attraverso il gioco la bimba impara a vestire la bambola e quindi sé stessa, viene unito l’aspetto ludico all’apprendimento del “vivere aristocratico”». Non a caso, nel Cinquecento, molte di queste bambole erano ormai adoperate come manichini e inviate alle nobildonne perché potessero farsi un’idea realistica delle novità della moda del tempo. In quel contesto, tuttavia, la bambola acquisiva con forza la valenza di . Era il talismano che accompagnava l’età infeconda per proteggere e favorire la potenzialità generativa che si sarebbe concretizzata nel matrimonio e nell’atto sessuale». Addirittura, dando credito a credenze, la bambola o il bambolotto di cera potevano fungere da prototipi magici, guardando costantemente i quali, la sposa avrebbe avuto buone possibilità di partorire figli dai lineamenti simili. Ch. Klapish-Zuber riflette sulla teoria, espressa da G. Marcotti e che ella ritiene che «la funzione magica [della bambola nuziale] mirerebbe dunque a trasferire, nel delicato periodo della gestazione, le virtù dell’oggetto contemplato sulla persona che lo contempla, o sul bambino che essa porta in sé [...]. Ancora oggi, l’usanza di mettere sul letto coniugale una bambola riccamente vestita è probabilmente, per una coppia di sposi, garanzia di fecondità e della riuscita materiale dei figli che verranno». La testimonianza di rituali, attestati da alcuni statuti suntuari fiorentini del 1388, che proibivano di inserire nelle cerimonie nuziali un “fanciullino” a fianco del servo che portava le ceste con i doni del marito, e dalle pratiche che si ripetevano ancora nella Francia del secolo scorso, laddove «durante il banchetto di nozze, o alla sera, quando gli sposi si apprestano a coricarsi, viene presentato loro un bambolotto in fasce, tenuto in braccio da una donna, che a volte viene persino battezzato per finta». Forse, si interroga, in forza dei divieti, il “fanciullino” in carne ed ossa era stato col tempo sostituito con un prodotto inanimato, il Bambinello. Proprio il fatto però che, tranne in qualche rara eccezione, le bambole fossero consegnate alle spose dai genitori e non dallo sposo. Alla fine del Trecento, quando Ginevra, la giovane che Margherita e Francesco Datini avevano adottato, si sposò, fu Margherita a compiere «il gesto simbolico di mettere un bambino tra le braccia della sposa e un fiorino d’oro nella sua scarpetta, come augurio di fecondità e di ricchezza». Anche nella Sicilia degli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso, si conservava, e in parte si conserva ancora la tradizione di preparare, alla presenza delle parenti e delle amiche della sposa, il letto matrimoniale con le lenzuola e la coperta più belle del corredo. Si metteva al centro del letto, appoggiata tra i due cuscini, una magnifica bambola, spesso con il viso, le mani e le gambe di porcellana. Scomparsa del tutto, invece, è ormai l’abitudine di appendere alle pareti delle stanze nuziali quadri di donne, così come di uomini, molto attraenti, a meno che di non supporre una versione “cristiana” della pratica, vale a dire la sostituzione delle immagini laiche con i dipinti della “Madonna con il Bambino Gesù”, utilizzati come simbolo di maternità per eccellenza. Si mirava a proporre alla sposa gravida o ancora da ingravidare figure la cui fisionomia si intendeva prendere a modello. Più complesso o forse semplicemente duplice è, invece, il significato simbolico di quei bambolotti, sempre quattrocenteschi, regalati alle spose, ma anche alle monache come si dirà, che avevano le sembianze del Bambino Gesù o di “Messere Domenedio”. Solo pochi esemplari in realtà erano vestiti «di bigio a immagine di Nostro Signore» e avevano la stessa accezione simbolica delle bambole: richiamavano la maternità. Ne furono dotate nel 1486 Antonia, figlia di Bernardo Ranieri, il quale probabilmente l’aveva a sua volta ricevuto come corredo di nozze della moglie; l’anno seguente, Marietta, figlia di Filippo Strozzi, e, qualche anno dopo, nel 1515, la figlia di un altro Strozzi, Carlo, che si chiamava Francesca. E che i piccoli Bambinelli circolassero nel Quattrocento lo dimostra il fatto che Margherita Kempe segnalò nel resoconto del viaggio compiuto in Italia nel 1414 l’incontro con una donna che viaggiava portando con sé una “immagine”, vale a dire un bambolotto, con i tratti del piccolo Gesù, e ricordò le altre donne che erano solite rivestirlo con panni preziosi ed esporlo alla pubblica venerazione. Nelle ceste del corredo, inoltre, altre nobildonne trovarono bambole anch’esse agghindate con rasi e broccati che però raffiguravano delle sante: una, con le fattezze di santa Margherita, fu consegnata nel 1493 alla prima moglie di Andrea Minerbetti; una, con i tratti di santa Maddalena, fu data nel 1499 alla moglie di Bernardo Buongirolami e un’altra, simile, la ebbe in dono nel 1499 Fiammetta, figlia anch’essa di Filippo Strozzi. Si convincevano di essere state ingravidate, nella speranza di potere trasmettere le sue fattezze al nascituro. Bambole e maternità spirituale Nel Medioevo si consolidò l’uso di dotare le fanciulle, e forse anche i fanciulli votati alla vita religiosa, di piccole bambole con indosso l’abito monastico. La memoria va alla celebre, manzoniana Monaca di Monza che già da piccola era attorniata da bambole in costume monastico: giocava e allo stesso tempo si esercitava a fare la badessa, a prepararsi al ruolo che le era stato assegnato. Nell’immaginario infantile, la consuetudine di giocare con bambolotti dall’aspetto monacale acquisiva infatti una notevole forza persuasiva e la reclusione si ammantava di privilegi elitari. Allo stesso tempo, il fatto che, a differenza delle bambole che attorniavano Gertrude, quelle «donate alle [...] monache o suore del Quattrocento fiorentino erano sovente adorne di abiti ricchi e profani», non allontana «l’ipotesi del giocattolo dotato di una funzione pedagogico-addestrativa». Le fonti altomedievali raccontano di bambine, che denotavano chiaramente le loro inclinazioni spirituali, talvolta organizzando, come fosse un gioco, processioni religiose con il coinvolgimento di altri coetanei. Il caso più noto ebbe per protagonista Radegonda, la piccola prigioniera di guerra d’origine turingia vissuta a lungo presso una villa del sovrano merovingio Clotario I prima di sposarlo. Durante quegli anni non tralasciò occasione per testimoniare la sua bontà d’animo, la sua predisposizione verso i poveri e i bisognosi nonché la sua profonda religiosità. Alla fine, abbandonò la corte per il chiostro. In questo caso, fra i signa religiosi usati nel “gioco” liturgico non furono inseriti bambole e “bambinelli”, secoli dopo però, alle donne che, come Radegonda, si apprestavano a lasciare il mondo si offrivano sempre più spesso bambole e “gesuini”, ossia piccoli Gesù Bambino, nudi, come quello conservato al Museo dell’Opera del Duomo di Firenze, o abbigliati con cura, come quell’altro, con addosso un abitino di velluto «chermisi» e un mantellino di broccato verde dalle maniche ricamate di perle, che portò con sé in convento nell’anno 1505 Maddalena, figlia di Tommaso Guidetti. Era lo stesso “gesuino” che la madre aveva avuto in dote nel 1482 al momento delle nozze e che ora trasmetteva alla figlia prossima a diventare sponsa Christi. Bambole e bambolotti potessero essere nient’altro che «oggetti di devozione», ma più verosimile quelli in possesso delle sanctimoniales evocassero specialmente la maternità spirituale. È possibile cioè immaginarli come strumenti nell’ambito di un gioco emblematico della maternità, negata alle monache nella sua fisicità ma recuperata nella forma simbolica. Anche nel chiostro prevale dunque la funzione pedagogica e simbolica. In quei luoghi lontani dal mondo, le bambole rievocavano, da una parte, il ruolo materno verso le consorelle che le monache e specie le badesse – versione femminile dell’abate, con gli stessi poteri e la stessa autorevolezza genitoriale – avvertivano come una componente della loro missione, dall’altra la maternità spirituale che, vissuta con intensità nei momenti di rapimento estatico, consentiva loro di sperimentare gioie e sensazioni comuni a tutte le donne e a tutte le madri. Altrimenti perché dare in dote un bambolotto sia alla figlia che si sposava, come fece nel 1486 Bernardo Rinieri con Antonia, sia a quella che abbracciava il chiostro, come nel 1452 avvenne a suor Angelica, la sedicenne vissuta in convento da quando aveva solo cinque anni, che, al momento della monacazione, ricevette dal padre Francesco Giovanni una bambola accompagnata da tutto un corredo di articoli sacri in miniatura? Non si tralasci inoltre di ricordare che, nelle esperienze mistiche, le privilegiate potevano “congiungersi” carnalmente con Dio, godere “virtualmente” dei piaceri della carne. I racconti di siffatti momenti ascetici attraversano l’età medievale: nel secolo VI il letterato di origine italiana nonché vescovo di Poitiers Venanzio Fortunato, del quale Marta Cristiani rimarca la capacità di conferire uno spessore erotico all’ascesi mistica. Nel secolo XIII trionfa la “mistica sponsale” di, fra le altre, Matilde di Magdeburgo o di Angela da Foligno. Il tema ritorna, cioè, declinato in varie forme e situazioni, sicché «dalla fine del XII secolo si dispone di svariate centinaia di racconti autobiografici che descrivono l’unione con lo sposo celeste in una lingua che è dell’amore e spesso anche dell’eros e si accosta molto alle nostre sensazioni nel rapporto di coppia» Per restringere il campo al nostro tema specifico, le testimonianze riconducono alla prima metà del secolo XIII, allorquando pare che Umiliana dei Cerchi sperimentasse, dopo averlo tanto desiderato, il piacere di vedere nella sua cella il piccolo Gesù e di intrattenersi teneramente con lui, e che Ida di Lovanio avesse la fortuna di fargli il bagno con l’assistenza di santa Elisabetta. Quando il bagno fu fatto, tirò su il bambino dall’acqua, e se lo mise in grembo, avvolto in pannicelli per asciugarlo, e gli parlava dolcemente come una mamma». I miracoli si ripetono, forse con sospetta frequenza, nelle Vitae del secolo XIV, testimoniando comunque questa sorta di aspirazione fisica alla maternità di tante sante donne, specie di quelle alle quali la maternità era stata negata oppure delle altre che erano state separate dai figli subito dopo la loro nascita. Se tante sante donne, nelle loro visioni estatiche, immaginavano di toccare il corpo del Cristo, di goderne gli amplessi, di abbracciarlo e di stringerlo, trasformando nel linguaggio l’unione spirituale in un intimo e carnale contatto, il bambolotto era l’oggetto emblema dei loro insoddisfatti aneliti ai piaceri dell’unione sessuale. Prova ne siano «le visioni che quasi tutte le mistiche hanno di Gesù Bambino, presente come corpo reale a volte consegnato direttamente alle loro braccia dalla Madonna». Ma queste esperienze non possono rimanere completamente nascoste in questo vero e proprio transfert del loro amore dello “sposo” adulto sul simulacro del Bambino Gesù. Di fatto, il pargolo divino restituisce alla reclusa la sua funzione sociale primaria, la maternità, e rinserra il suo desiderio e le sue frustrazioni entro i limiti che i suoi direttori spirituali – maschi – riconoscono e sono disposti ad accettare. Lo sposo-bambino rende possibile per queste infelici un’esperienza che la loro reclusione sembrava condannarle a non potere mai conoscere». La voglia di maternità delle monache si estrinsecava infine nella concezione del loro corpo «come una sorta di utero mistico e virginale». In questo senso si può intendere il caso di santa Chiara di Montefalco (†1308), convinta di avere racchiusa nel cuore la Croce, tanto che, dopo la sua morte, il suo corpo fu aperto, il cuore diviso in due parti e dentro, a sentire gli atti, tutti poterono distinguere i simboli della passione di Cristo. Una presenza che era stata avvertita da Chiara «realmente nel corpo per il resto della sua vita, come fosse una sorta di gestazione irrisolta e irrisolvibile, cui danno termine le consorelle, con azione da levatrice, aprendole il petto». Comunque sia, quanto emerso conferma che anche i “gesuini” costituivano modelli da usare per esercitarsi, pur fra le mura del monastero, nelle pratiche materne, imitando nel contempo la Madre per eccellenza, Maria. Atteggiamenti questi attestati ancora nella prima moderna, allorquando «queste pie donne [monache] non si accontentano di cullare i loro piccoli Gesù; qui o là esse gli fanno il bagno, li rivestono, gli ricuciono i vestitini». Le ospiti del chiostro diventano così imagines di quella maternità che non avevano voluto, per rifiuto volontario, o potuto, per scelte altrui, sperimentare; di quella maternità che le donne rimaste nel secolo affrontavano realmente senza risparmiarsi e con la consapevolezza dei rischi, spesso mortali, che correvano. Erano le bambole, con il loro carico di contenuti simbolici a costituire un punto d’incontro, non l’unico certo, ma forse il più intriso di dolcezza e di incanto, fra quei due mondi. RAPPRESENTAZIONI SENTIMENTALI DELL’INFANZIA Angela Giallongo Questo libro esamina le relazioni affettive nei primi anni di vita. La storia dell’infanzia ha cercato di individuare e di spiegare i comportamenti sentimentali degli adulti verso i minori. Uno studio dimostra come i bambini non sono visti solo come esseri cognitivi ma come esseri emotivi. 1. La scoperta dei sentimenti verso l’infanzia Le ricerche sui bambini santi e miracolati, le numerose pubblicazioni in Italia e in Europa sulla storia dell’infanzia, delle bambine, sulla famiglia, sulla vita quotidiana, sul gioco, hanno messo in discussione l’idea della povertà emotiva del Medioevo. Su questo periodo centrale della storia dell’Occidente si è incrementato a livello internazionale un notevole programma di ricerca. Da ciò emerge come dall’attenzione degli studiosi per la relazione genitori-figli si siano ramificati altri temi che hanno esplorato i legami all’interno della famiglia e della parentela, compresa quella spirituale. Va anche sottolineato che i primi anni di vita hanno beneficiato di una documentazione sulla maternità, sulla gravidanza, sul parto, sull’allattamento, sull’alimentazione, cioè sulle modalità relazionali del mondo femminile con quello infantile. A partire dagli anni ‘80, la presenza femminile in ambito storico e il moltiplicarsi dei lavori sulla storia delle donne hanno contribuito a stimolare la riflessione sull’infanzia. L’analisi delle immagini dell’infanzia nei diversi periodi storici ha posto il problema di definire le tipologie emotive intergenerazionali. È stata questa l’occasione per prendere in considerazione un certo numero di comportamenti affettivi, più o meno comuni agli uomini e alle donne del passato, malgrado le differenze di genere, sociali, culturali e geografiche. 2. Il contributo degli studiosi del Medioevo Le ricerche condotte dai medievisti sono importanti per i discorsi emotivi sull’infanzia. Innanzi tutto è da considerare come il fatto che il fenomeno dell’oblazione sia scomparso alla fine del medioevo. Così come gli studi di Gordon e Sigal sulle relazioni degli adulti di fronte ai pericoli mortali corsi dai bambini, abbiano attirato l’attenzione di diversi storici inglesi e francesi sul tema della mortalità infantile. Fra questi, King ha riscoperto che nell’Italia umanista il senso del dolore vissuto dalla famiglia dopo la scomparsa precoce della prole veniva alleviato dalla lettura di trattati consolatori. Allo stesso tempo gli studi archeologici hanno mostrato dal XII secolo, in Francia, la cura dedicata alla sepoltura dei bambini. Una cura che denuncia la tristezza provata per la perdita di una persona amata. D’altra parte, il crescente interesse della letteratura medica italiana del XIII secolo sulle accidentiae animae dell’infanzia definiscono per la prima volta, con Aldobrandino da Siena, il comportamento degli adulti (genitori ed educatori) verso i bambini tramite le emozioni. Le accidentiae animae – il termine usato allora per indicare appunto le emozioni – potevano infatti compromettere la salute e la vita infantile. Inoltre i primi dubbi sulla necessità di separarsi precocemente dai figli testimoniano le afflizioni e le sensibilità dei genitori degli ambienti nobiliari francesi e delle classi colte urbane toscane. Un’altra smentita alle affermazioni di Ariès, che aveva svalutato i legami affettivi della famiglia medievale, proviene dall’esame della letteratura pedagogica italiana, in particolare da quella fiorentina, come ha mostrato il lavoro di Haas (1998) sulle ricordanze; qui il principale oggetto di osservazione investe il modo in cui era vissuta la paternità dalla borghesia mercantile. Anche Baschet nel 2000 si è interessato al senso medievale di paternità facendolo apparire più complesso rispetto allo scontato ritratto punitivo e autoritario. In definitiva, gli aspetti antropologici e psicologici, gli scavi archeologici e gli studi femministi hanno rafforzato il cambiamento di prospettiva, spingendo diversi studiosi a ricostruire le cosiddette verità della storia non solamente attraverso i fatti reali, la vita materiale e intellettuale ma anche attraverso la vita affettiva, sentimentale e l’immaginario. Su questo terreno hanno lasciato una traccia profonda l’uso e la valorizzazione delle arti visive. Infatti Riché, dopo aver pubblicato un libro sulla condizione infantile, ha organizzato una mostra di successo sui bambini medievali. Il catalogo ha avuto due vesti: una più monumentale e duratura e una più ridotta non illustrata, un dossier usa-e-getta. Le 700 immagini di questo dossier, con piste pedagogiche e ludiche hanno raggiunto almeno tre obiettivi: 1. Ha consentito agli studenti più giovani di identificarsi con i coetanei del passato e di sintonizzarsi con un’altra epoca. 2. Ha riaffermato che l’infanzia è importante per comprendere le mentalità. L’uso di un apparato iconografico molto ricco e vivace ha fatto affiorare molti temi: le età della vita e i loro significati simbolici; i gesti delle partorienti, delle nutrici e dei padri; il mondo oggettuale con le culle, i biberon, le fasce, i vestiti e i giocattoli; le modalità di insegnamento; l’assistenza ai bambini malati e abbandonati; le attività all’aperto; i luoghi di vita dei bambini. 3. Ha rimesso in discussione le tesi di Ariès. Per Ariès i momenti chiave della storia del sentimento per l’infanzia dovevano essere cercati nella comparsa dei bambini morti nell’arte del XVI secolo. Le conclusioni di Ariès venivano giudicate da Cunningham pessime, perché le immagini esaminate dallo storico francese riflettevano le formae mentis dell’ambiente ecclesiastico. Anche la Pollock smentiva le affermazioni di Ariès, dimostrando che la povertà emotiva nelle relazioni familiari era un fenomeno riscontrabile nel periodo in cui i bambini erano maltrattati dai genitori e dagli educatori. Per lungo tempo quindi si è dato importanza all’idea che i matrimoni senza amore, che l’insensibilità dei genitori e che la durezza degli educatori fossero le caratteristiche per cui non si dava importanza alla ricchezza dell’individualismo affettivo. 3. Vedere l’infanzia Da Rosenwein (2003) possiamo capire l’influenza, esercitata dopo il 2000, dagli psicologi cognitivisti e dai costruzionisti sociali sulla riflessione storica. I loro approcci alle emozioni hanno smentito la visione di una traiettoria storica che dall’impulsività (attribuita, fra l’altro, al temperamento medievale, giudicato infantile) sarebbe passata all’autocontrollo e alla soppressione delle emozioni, messa in atto, in età moderna, dall’educazione impartita dentro e fuori la famiglia. In realtà, nessuna espressione emotiva è affidata alla spontaneità, secondo le nuove teorie delle emozioni, ma è il risultato di una costruzione sociale: pertanto le emozioni, come i pensieri, sono giudizi, cioè valutazioni mediate da aspettative culturali. Ciò ha attirato ultimamente l’attenzione degli storici che si sono spinti ad analizzare le idee e le esperienze emotive dei singoli e dei gruppi sociali. In tal senso, Burke, ha offerto una visione diversa della storia, quella del «sentito-vissuto», che ingloba il corpo e i sentimenti come vere e proprie frontiere culturali. Burke ha inserito i sentimenti nella storia della letteratura e dell’arte, intese come massima espressione delle pratiche culturali. All’insostituibile contributo dato alla riflessione storica dalle attuali teorie sulle emozioni va infine aggiunto con forza che l’apporto dei medievisti alla storia dell’infanzia, riguarda in particolare la scoperta del XIII secolo. Periodo in cui lo sviluppo delle lingue volgari, dell’educazione cortese e laica ha espresso nuove sensibilità. L’attenzione all’evoluzione e alla maturazione individuale aveva suggerito nel 1254, per esempio, a Filippo da Novara, portavoce pedagogico degli ambienti nobiliari, la famosa formula, che ha ispirato la coscienza educativa e la sensibilità contemporanea, «l’enfans est le foundament de la vie». L’idea comunemente accettata all’epoca, secondo cui, i genitori e i maestri dovevano imporre la loro volontà ai bambini, senza tollerarli e senza riconoscere le conseguenze negative della «souffrance» loro imposta, secondo Filippo da Novara, era sbagliata e irresponsabile. Parallelamente le arti visive riconquistavano con Giotto (1267-1337) l’espressività dell’infanzia. Nella Cappella degli Scrovegni, la più alta espressione dell’arte medievale, il tema della Natività e della Madonna con il Bambino ha ispirato non soltanto una visione realistica dell’infanzia, ma ha anche idealizzato con charme la capacità infantile di amare. La messa in scena di un dio piccolo, fragile, innocente, tenero e bianco fra le braccia della madre era cominciata del resto, anche per Ariès, presto nella pittura, nel XII secolo. Quelle prime immagini di tenerezza fra la Vergine madre e il Bambino hanno, in seguito, probabilmente ispirato gli artisti italiani del 400 e del 500. Botticelli, Donatello, Ugolino di Nero, Sano di Pietro, Marco della Robbia, Benedetto Buglioni, Michele da Firenze, Ghirlandaio, Luca Simone della Robbia, Agostino di Duccio e Michelozzo da Bartolomeo hanno cominciato a raffigurare i sentimenti peculiari dell’infanzia attraverso il tema dell’amore domestico. Nel 1319 la Madonna con il Bambino di Ambrogio Lorenzetti non esaltava l’infante come incarnazione divina, né come un essere sovrannaturale e benedicente ma come un essere reale, vigoroso, seminudo, sotto il vistoso drappo rosso, tutto preso (come il Bambino di Giotto) dallo sguardo espressivo rivolto alla madre. Il dipinto, come tanti altri, fa vedere il bambino come un essere emotivo, vulnerabile, desideroso di amore, di amare, di condivisione e di benessere. Queste scene piene di affetto e calore hanno rafforzato sentimenti più intensi verso i figli insieme alla capacità di riconoscere le sofferenze infantili. Un’ulteriore occasione di riflessione sulla necessità di oltrepassare le tesi di Ariès, la offre il volume curato da Classen nel 2005. I diciannove saggi dimostrano come l’esplorazione della relazione tra genitori e figli sia fondamentale per comprendere la società europea premoderna e moderna. L’esame degli ideali educativi monastici nella visione carolingia dell’infanzia; dell’ascesa del culto del Bambino Gesù nelle arti; della diffusione della letteratura dell’infanzia e di guide per allevare i lattanti; di casi di padri e madri che hanno avuto profondi legami emozionali con la loro prole; delle preoccupazioni per la salute e per l’educazione dei figli, sta a indicare che i passati concetti di relazioni familiari indifferenti e anaffettive, di bambini visti come adulti in miniatura, erano stati inquinati dai pregiudizi degli studiosi nei confronti del medioevo. Hanawalt (1986), Shahar (1990), Sheehan (1996), Crawford (1999), Orme (2001) e altri, affermano che: non è vero che i genitori non amassero i bambini, che le leggi e le comunità educanti non investissero su di loro e che il concetto di infanzia fosse ignorato dalle fonti scritte e iconografiche di numerose regioni europee. Come si è visto, anche il volume di Classen, che focalizza l’attenzione sulla relazione genitori-figli nella mentalità europea, in particolare tedesca, con l’ottica della lunga durata, ha criticato Ariès proprio su questo aspetto così importante. Il paradigma più discusso di Ariès, in Europa e oltre Oceano, riguarda quindi la svalutazione dell’affettività medievale – tesi sostenuta con forza da L. De Mause nel 1974 – con la conseguente associazione alla mancanza e all’inesistenza dell’idea dell’infanzia. La risposta dell’ultima ondata di studi ha riportato alla luce diversi casi di espressività familiare mettendoli in relazione con le dinamiche sociali e con i discorsi educativi che hanno plasmato il concetto di infanzia. Ma, secondo Kline (2008), questa tendenza paradossalmente conferma ancora Ariès come padre putativo anche di quegli storici dell’infanzia che lo hanno mandato in pensione; Il problema centrale è allora quello di continuare a indagare i bambini e l’infanzia in situazioni culturali specifiche. Si tratta ancora una volta di interrogarsi in modo critico sulla complessità del rapporto fra adulti e minori piuttosto che soggiogare i variegati fenomeni delle culture sotto un unico ombrello teorico, magari viziato da qualche pregiudizio. A dire il vero anche la tradizione femminista non ha privilegiato un sola chiave di lettura; per esempio, nel 1949, il libro, Le deuxiéme sexe di S. de Beauvoir(1999) era attratto dall’incidenza dei fattori emotivi e non solo di quelli intellettuali per spiegare le vicende della disuguaglianza sessuale. I medievisti, come si è visto, hanno inserito la storia dell’infanzia nella sfera delle emozioni attraverso un uso più consapevole delle fonti visive. Rispetto ad Ariès, che aveva frettolosamente associato gli stili artistici alle sensibilità culturali, Reed ha riconsiderato, in sintonia con le nuove teorie delle emozioni, la ritrattistica non uno specchio della realtà, ma un interpretazione della realtà. Nella sua ricerca, le opere d’arte sono concepite come uno strumento per indagare le trasformazioni sociali del comune sentire. Per questa via, anche negli oggetti sono identificabili diversi significati emotivi. Un ottimo esempio lo suggerisce un antico costume italiano documentato dall’arte. Vale a dire, l’uso, ancora attuale, di regalare ai neonati, maschi e femmine, braccialettini, collanine e amuleti di corallo rosso. I lattanti ingioiellati con un oggetto così significativo come il corallo (sempre presente nell’iconografia del XV secolo) sono un ottimo motivo per esplorare non solo i gusti estetici dell’epoca ma anche il senso di «protezione» espresso dagli adulti. In questo caso l’oggetto illustra un modo per sottrarre le creature più fragili ai pericoli, alle malattie, alla morte, per difenderle da aggressività reali o immaginarie. Da qui si può intuire l’importanza emotiva dell’oggetto che ci riporta anche alle consuetudini femminili nella cura dei bambini: il corallo evocava la protezione, conferendole un valore sociale. Fra le diverse traiettorie, secondo Kline si sta cercando di dare, all’interno della comunità scientifica, una risposta anche a un’altra questione importante: quali erano i rapporti affettivi tra le donne i bambini, visto che in molte società del passato e in alcune del presente, le donne trascorrevano e trascorrono la maggior parte del loro tempo con i figli, interagendo con loro in continuazione? Si potrebbe allora scoprire che l’influenza delle strategie affettive femminili ha fatto parte integrante di quella esperienza emotiva che noi oggi giudichiamo la qualità umana per eccellenza: la capacità di amare i bambini, di tutelare i loro interessi e diritti di esseri emotivi. Cioè la capacità di proteggerli da tutti i comportamenti predatori e aggressivi, assicurando loro, come aveva proposto Rousseau, l’inalienabile diritto alla felicità. Name: Description: ...
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